Cuneo
INTERVISTA A MICHELE PRANDI
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Michele Prandi
Vice Presidente
ACLI Provinciale di Cuneo
INTERVISTA A Michele Prandi: 39 anni di Camerana, insegnante di scuola media, vice presidente provinciale delle ACLI, sia per il ruolo che ricopre all’interno dell’associazione sia per interesse culturale e personale, segue con particolare attenzione fatti e documenti, che segnano la vita sociale italiana.
Tra i temi su cui riflette con maggiore assiduità c’è quello legato alla realtà politica, vista come esercizio che richiede capacità di lettura del presente e di prefigurazione del futuro, realismo e profezia, e a quella ecclesiale come bussola per orientarsi nella difficile realtà odierna.

Come cittadino, credente e aclista, l’Enciclica di Papa Benedetto XVI “Caritas in veritate” ha suscitato in lei particolare interesse: perché?

“In un momento come quello attuale, in cui la politica arranca, la crisi continua a correre e mentre alcuni parlano di uscita dalla crisi con ottimismo ingiustificato, credo sia fondamentale quella svolta culturale che il Pontefice auspica con questa Enciclica illuminata e illuminante.
La lettura meditata della “Caritas in Veritate” ci è di aiuto e di incoraggiamento nell’assunzione di responsabilità personali e collettive.

Come vede, dal suo “osservatorio” la politica e l’economia nel mondo odierno?
Credo che manchi soprattutto il principio della fraternità tra gli uomini e tra i popoli a cui è dedicato l’intero terzo capitolo dell’Enciclica: “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” si legge al n. 19 e ancora “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia” al n. 53. Una necessità imprescindibile in un mondo in cui si sono accorciate le distanze e le economie sono sempre più interdipendenti. Oggi infatti diventa difficile mantenere posti di lavoro, far valere diritti, quando in modo troppo veloce e badando solo al profitto sono stati messi in comunicazione diretta sistemi di produzione con differenze anche di trenta volte del costo del lavoro e con diversità enormi di tutela dei lavoratori e rispetto dell’ambiente. Un divario che, proprio in nome del principio della carità fraterna, va colmato al più presto, prima che lo scontento delle classi medie (che erano medie!) occidentali assuma forme incontrollabili e per far sì che i lavoratori dei paesi emergenti possano ottenere un po’ di beneficio dalla grande ricchezza da loro prodotta, andata invece ad accrescere il portafoglio dei grandi speculatori finanziari.

Quale ruolo possono assumere le ACLI in questo quadro?
Un ruolo molto rilevante. I nostri Circoli potrebbero diventare i veri protagonisti di questa svolta di mentalità che, sola, può far guardare con ottimismo al futuro e cogliere la crisi come opportunità. I nostri Centri dovrebbero diventare un vero e proprio laboratorio dei nuovi stili di vita: nuovi rispetto alle derive ecologiche, al consumismo ed al non senso del superfluo; nuovi rispetto ad una ideologia, oggi imperante, che definirei di “ privatizzazione della vita, dei mezzi di sussistenza della vita” (pensiamo alla questione dell’acqua…..dopo mancherebbe solo più l’aria!). Una tendenza che provoca la riduzione della vita sociale a fatto privato (non è casuale che oggi noi sappiamo tutto della vita privata dei politici ma sappiamo sempre di meno di un potere invadente e talvolta gelatinoso; eppure Bobbio ci ha insegnato che la conoscenza-trasparenza del potere e ciò che distingue una democrazia da una tirannia). E’ la trasformazione della politica in un osceno teatrino di faccende un tempo confinate nella vita privata,che ha come conseguenza lo svilimento della “nozione di pubblico”, concepito come sommatoria di guai o interessi privati;è la fine del sentimento di comunità e del principio di bene comune.

Come si possono definire dunque i Circoli ACLI del III millennio?
Come “monasteri laici”, strutture semplici, luoghi d’incontro in cui possono ritrovarsi persone e famiglie che avvertono con sofferenza e disagio i limiti di una vita fondata sulla esclusiva produzione di valori di scambio (con rapporti mediati dal mercato e impersonali) e vogliono riscoprire la dimensione di una vita fondata invece sulla produzione di valori d’uso, sul dono, sulla reciprocità, in cui ognuno mette a disposizione degli altri le proprie competenze e una parte del tempo libero.
Circoli poi che fungano da centri di cittadinanza attiva e solidale capaci di promuovere ed educare alla raccolta differenziata, al consumo critico, alla finanza etica, al turismo responsabile.

Per le ACLI la fedeltà al lavoro ed ai lavoratori è una delle vocazioni fondamentali: come ritiene si possa concretizzare nella realtà odierna questo impegno?
Le ACLI intendono fare proprio, anche localmente, l’appello di Giovanni Paolo II ripreso poi da Benedetto XVI, ad impegnarsi a costruire una coalizione mondiale a favore del “lavoro decente”, lavoro capace non solo di essere mezzo di sostentamento economico ma anche strumento per garantire dignità e cittadinanza alla persona.
A tal proposito mi preme qui ribadire che le acli non sono l’associazione dei garantiti bensì dei non garantiti nella società e nel mondo del lavoro;lo siamo stati nei tempi del relativo benessere,non vedo perché dovremmo cambiare oggi in una situazione di crescente povertà. Concretamente stiamo portando avanti il progetto di creare un Fondo di Solidarietà che possa garantire la protezione sociale per i lavoratori precari e sviluppare politiche di inserimento lavorativo per i giovani.

L’Enciclica ribadisce che alla carità va riconosciuto anche un rilievo politico: che cosa pensa in proposito?
L’Enciclica individua accanto alla “carità che incontra il prossimo direttamente” anche “la via istituzionale, politica della carità” (n. 7), la necessità che l’impegno del cristiano nella società non si limiti alla pur preziosa opera di “croce rossa” dei mali, ma sappia assumere la politica come un’esigente forma di carità, come ci ha insegnato Paolo VI.
Ritengo necessario evitare di pensare che per un cristiano fare politica sia insieme doveroso e impossibile: doveroso perché siamo di questo mondo, impossibile se non accettiamo la mediazione che é propria della politica e, soprattutto, della democrazia. Questa opera di mediazione è stata proprio una delle grandi virtù del cattolicesimo democratico del nostro paese.
Ecco perché penso che insistere in maniera eccessivamente enfatica sul tema dei cosiddetti “valori non negoziabili” rischi di mortificare (se non paralizzare) proprio il coraggio e la passione dei credenti laici impegnati che cercano di tradurre laicamente (assumendosene dunque la responsabilità) i grandi valori della dottrina sociale della Chiesa nelle scelte pratiche.
Chiarificatrice risulta l’osservazione di Benedetto XVI “la dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo statuto di cittadinanza della religione cristiana. Nel laicismo e nel fondamentalismo religioso si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede”. Entrambe hanno bisogno di purificarsi a vicenda.

E a proposito di Verità…

Già nel titolo il Papa ci invita a riflettere come proprio la mancanza di essa sia all’origine del dissesto economico; senza la menzogna infatti alcune operazioni di finanza creativa non sarebbero state possibili.
In ultimo l’enciclica richiama alla Verità che per il credente è Gesù Cristo: egli è insieme”rivelazione di Dio come carità infinita e nello stesso tempo rivelazione dell’uomo all’uomo”. E’ un insegnamento da non dimenticare perché qui,credo,stia la radice della laicità: nel fatto cioè che Dio mette in conto la risposta libera dell’uomo Gesù come momento costitutivo della Verità stessa…e ciò che è valso per Gesù varrà per ciascun uomo che vive,vivrà su questa terra.

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